Parlo chiaro di me.
Benvenuto sul mio portale personale.
Non mi piaceva l’idea di creare la solita pagina intitolata «Chi sono». Volevo qualcosa di diverso, un titolo più incisivo, più diretto e soprattutto più vicino al mio modo di essere.
Per questo ho scelto «Parlo chiaro di me». Perché voglio raccontarmi con trasparenza, senza costruire un personaggio.
Mi chiamo Carmelo Rizzo, sono italiano e vengo dal Sud Italia. Dall’estremo Sud, da Lecce, una città che considero l’ultima d’Italia, nel cuore di un territorio bellissimo chiamato Salento, nella regione Puglia.
Queste sono le mie origini. Ed è da qui che voglio cominciare.
Sono nato il 1° maggio 1981, nel giorno in cui in Italia si celebra la Festa dei Lavoratori. Una data che, qualche volta, penso mi abbia quasi condannato al lavoro. Ma è anche una data che sento il dovere di onorare.
Sono figlio di Valeria e Giuseppe, mia madre e mio padre. Due bravissime persone, due grandi lavoratori.
Da sei anni vivo in Inghilterra.
E voglio chiarire subito una cosa: non siete sul sito di uno dei tanti guru che vedete su Facebook, Instagram o TikTok, pronti a promettervi ricchezza facile.
Non è il mio modo di pensare.
Non credo nella ricchezza facile.
E poi, sinceramente, diventare ricco economicamente non è il mio obiettivo principale. Nella mia vita sono già stato ricchissimo, sotto alcuni aspetti.
Oggi attribuisco molto più valore a un’altra forma di ricchezza: la conoscenza, l’esperienza, lo studio, la ricerca, il lavoro e la possibilità di continuare a imparare.
E naturalmente anche alla ricerca di un mio equilibrio personale.
Per me sarebbe questa la vera ricchezza.
Il lusso non mi appartiene. Non mi interessa inseguirlo e ho già conosciuto anche quella condizione, persino nelle sue forme più estreme.
Al lusso preferisco l’intelligenza.
Quindi, se siete già stanchi di leggere, potete tranquillamente abbandonare questo sito e tornare magari sui social a divertirvi.
Io, invece, vorrei continuare a raccontarvi qualcosa.
La mia famiglia, il lavoro e il cemento
I miei genitori hanno lavorato e costruito tanto nella loro vita.
Ci siamo occupati di alcune delle più grandi costruzioni immobiliari della mia città e abbiamo lavorato anche in diverse altre città italiane.
I miei genitori sono partiti da zero. Non erano ricchi. Lo sono diventati attraverso tanti anni di lavoro, sacrifici, determinazione e responsabilità.
Mio padre era un idraulico. Non era un ingegnere.
Poi, a un certo punto della sua vita, si innamorò del cemento.
Cominciò costruendo due appartamenti. Poi cinque. Poi trenta.
E poi vidi mio padre diventare quasi un pazzo, nel senso più straordinario del termine.
Arrivò a costruire 300 appartamenti, senza nessun socio.
Dirigeva una squadra di circa 100 operai, mentre diverse altre imprese lavoravano per lui.
Era un uomo che aveva costruito qualcosa di enorme partendo dal proprio lavoro e dalle proprie capacità.
Che dire?
Nel giardino di casa nostra sono passate diverse Mercedes Classe S, diverse Maserati, Mercedes SLK, BMW potentissime e tante altre automobili.
E sì, c’è stato anche il lusso. A volte persino estremo.
Non avrebbe senso negarlo.
C’è stato, l’ho vissuto, mantenendo sempre il rispetto per le altre persone.
Ma adesso arriva il punto più importante.
Essere il figlio di Giuseppe e Valeria
Non mi sono mai sentito all’altezza di poter sostituire mio padre.
Sì, ho lavorato nelle aziende della mia famiglia. Ho avuto anche un’azienda mia.
I miei genitori mi hanno insegnato che nulla doveva essere dato per scontato e che anch’io avrei dovuto fare sacrifici.
Mi svegliavo alle cinque del mattino. Lavoravamo tanto, spesso anche il sabato e la domenica.
Conosco quindi il lavoro, la fatica e le responsabilità che comporta.
Ma probabilmente quello non era il mio settore. O, perlomeno, non era ciò che amavo di più.
E poi c’era un altro aspetto che sentivo dentro di me.
Agli occhi di molti, era tutto regalato.
Nonostante i sacrifici, il lavoro e le responsabilità, rimanevo il figlio fortunato di qualcuno.
Quel qualcuno erano, e sono, mio padre Giuseppe e mia madre Valeria.
E sia chiaro: non ho mai considerato una vergogna essere loro figlio. Al contrario.
Ma essere figlio di persone che hanno costruito tanto non significa automaticamente sentirsi capaci di fare altrettanto.
E soprattutto non significa aver trovato la propria strada.
Quando le cose cambiarono
Poi in Italia il settore immobiliare attraversò un periodo molto difficile.
Ricordo gli anni del governo tecnico non eletto direttamente dai cittadini e i cambiamenti che accompagnarono quella fase. Per il nostro settore e per tante famiglie italiane furono anni complicati.
Ma quello che ricordo con maggiore amarezza non è soltanto la crisi economica.
In quel periodo vedevo e leggevo notizie di imprenditori italiani che, schiacciati dalle difficoltà e dalla disperazione, arrivavano al gesto estremo del suicidio.
Erano persone. Erano lavoratori. Erano imprenditori. Dietro ognuno di loro c’erano una vita, una famiglia e una storia.
Nella mia memoria, quel governo tecnico rimane profondamente associato a quel periodo drammatico. È un giudizio personale, maturato attraverso ciò che vivevo e osservavo in quegli anni.
Non posso attribuire automaticamente a un singolo governo la responsabilità di quelle morti. Ma non posso neppure dimenticare ciò che accadeva nel Paese e il dolore che quelle notizie mi provocavano.
Le cose cambiarono.
Non furono anni facili per me, così come non lo furono per tantissimi altri italiani.
Fu in quel periodo della mia vita che maturai, successivamente, la decisione di partire per l’Inghilterra.
Mi era stata fatta un’offerta di lavoro.
Decisi di accettarla.
Avevo bisogno di fare una nuova esperienza, di confrontarmi con una realtà diversa e, soprattutto, di provare a costruire qualcosa attraverso un percorso mio.
Non sapevo esattamente dove mi avrebbe portato quella decisione.
Ma partii.
Brown, il distacco più difficile
Se oggi mi chiedete quale sia il ricordo più doloroso di quella partenza, non vi parlerò del lavoro, del denaro, delle automobili o della vita che lasciavo in Italia.
Vi parlerò di Brown.
Il mio piccolo cagnolino.
Quando partii per l’Inghilterra dovetti lasciarlo a un’amica.
Brown mi aveva tenuto compagnia in tanti momenti della mia vita e, più di una volta, mi aveva persino salvato la vita.
Non era un cane come gli altri.
Era un cane extraterrestre.
Non saprei definirlo diversamente.
Forse, un giorno, gli dedicherò un libro.
Perché ci sono legami che non si possono spiegare semplicemente con le parole.
E Brown, per me, è stato uno di questi.
Ripartire da zero. Questa volta davvero.
Ma arriviamo al dunque.
L’offerta di lavoro che avevo ricevuto in Inghilterra non prevedeva un ufficio, un ambiente caldo e confortevole, né tantomeno una Ferrari.
Era esattamente l’opposto della vita che avevo vissuto fino a quel momento.
Prima della mia partenza, nonostante i problemi che avevamo attraversato, a casa stavamo ancora bene.
Il problema ero io.
Ero io che non stavo più bene. Ero io che non riuscivo più a funzionare come avrei voluto.
Attraversavo periodi di depressione, difficoltà personali e continue crisi d’identità.
Avevo una bella macchina, come sempre. Avevo praticamente tutto quello che, secondo molti, dovrebbe rendere felice una persona.
Ma non avevo ciò che desideravo davvero.
Così decisi di accettare quella proposta.
Volevo ripartire da zero anch’io. Volevo mettermi alla prova, capire chi fossi realmente e, soprattutto, vedere dove sarei riuscito ad arrivare contando sulle mie capacità.
C’era però un piccolo particolare.
Non avevo un mestiere ben preciso.
Nelle aziende di famiglia mi ero occupato principalmente di attività d’ufficio, supervisione e controllo dei cantieri, gestione dei materiali, marketing e promozione dei nostri interventi immobiliari.
Avevo conosciuto il settore delle costruzioni sotto tanti aspetti, ma non ero un elettricista esperto, un muratore o un idraulico.
E sapete quale lavoro mi avevano proposto in Inghilterra?
Fare il manovale per i muratori.
E qui voglio essere chiarissimo.
Io, fino a quel momento, non avevo mai fatto neppure il manovale.
Avevo lavorato nei cantieri, li avevo supervisionati, avevo seguito tante attività. Ma fare il manovale era tutta un’altra cosa.
Trovai il coraggio di partire, nonostante una paura enorme.
Dentro di me ero praticamente convinto che, dopo una settimana, sarei tornato a casa, in Italia.
E invece?
È successo esattamente il contrario.
In Inghilterra ho scoperto un’altra vita
Qui ho scoperto veramente la vita.
Qui, in questa nazione che mi ha accolto, ho ritrovato la voglia di rimettermi in gioco, di imparare, di lavorare e di costruire qualcosa.
Ho conosciuto persone e lavoratori provenienti da ogni parte del mondo.
Ho ascoltato storie, osservato modi diversi di lavorare, conosciuto culture, mentalità e modi di affrontare le difficoltà completamente differenti da quelli a cui ero abituato.
E credo che proprio qui, lontano da quella vita che molti avrebbero considerato privilegiata, io sia diventato davvero ricco.
Economicamente non sono un miliardario.
Ma sapete come mi considero?
Un povero milionario.
Milionario di esperienze, di studi, di storie, di conoscenze, di incontri e di lezioni di vita.
Una ricchezza che nessuna automobile di lusso avrebbe potuto regalarmi.
E adesso, permettetemi anche un pizzico di orgoglio personale.
Credo di aver lasciato il segno in tutte le aziende per cui ho lavorato.
Sì, proprio così.
Quando arrivai in Inghilterra non conoscevo praticamente una parola di inglese.
Mi ritrovai in un Paese nuovo, con una lingua che non parlavo, un lavoro che non avevo mai svolto e nessuna certezza su quello che sarebbe successo.
E allora dovetti fare una cosa.
Trasformarmi un po’ in mio padre.
Non potevo contare sulla conoscenza della lingua o sull’esperienza specifica del mestiere.
Dovevo usare quello che avevo imparato osservandolo per tanti anni: il lavoro, la determinazione, la capacità di adattarsi, l’attenzione a ciò che fanno gli altri e soprattutto la volontà di imparare.
Dovevo dimostrare quello che valevo con i fatti.
E così ho fatto.
In questi anni non sono mai rimasto senza lavoro.
Sono cresciuto professionalmente, ho acquisito nuove competenze e oggi non svolgo più soltanto il lavoro di manovale con cui avevo cominciato.
Continuo a lavorare nei cantieri, ma mi occupo anche di altre attività e ho imparato molto più di quanto potessi immaginare quando sono arrivato.
E devo riconoscere una cosa.
Questi simpatici pazzi inglesi mi hanno dato anche tante soddisfazioni economiche!
Mi hanno dato opportunità, fiducia e la possibilità di dimostrare le mie capacità.
Per questo conserverò sempre una grande riconoscenza verso questa nazione e verso le persone con cui ho lavorato.
Naturalmente resterò sempre italiano.
Anche perché, nei cantieri in cui mi ritrovo a lavorare, sono sempre l’unico italiano!
E continuerò ad amare la mia Italia, le mie origini, Lecce, il Salento e la Puglia.
Ma oggi sento anche un’altra cosa.
La mia mente e i miei occhi devono continuare a guardare ciò che mi circonda qui in Inghilterra.
Devo osservare, scoprire, studiare, confrontare, cercare nuove idee e capire come funzionano le cose.
Devo continuare a cercare innovazione.
Perché ripartire da zero non ha significato soltanto cambiare Paese o lavoro.
Ha significato ritrovare me stesso.
Rutherford Appleton Laboratory: un altro universo
Ogni cantiere, ogni azienda e ogni manager incontrato in questi sei anni in Inghilterra ha contribuito alla mia crescita professionale e personale. A tutte queste esperienze riconosco valore. Ce n’è una, però, che desidero raccontare per il suo particolare legame con la mia passione per la scienza e l’innovazione.
Ho lavorato per circa un anno e mezzo come Groundworker all’interno del Rutherford Appleton Laboratory (RAL), presso Harwell Campus, nell’Oxfordshire.
Per chi non conoscesse questo luogo, il Rutherford Appleton Laboratory è uno dei più importanti centri britannici di ricerca scientifica. È gestito dallo Science and Technology Facilities Council (STFC), parte di UK Research and Innovation (UKRI).
Nello stesso grande polo scientifico si trova anche il Diamond Light Source, il sincrotrone nazionale britannico, un’infrastruttura dedicata alla ricerca e allo studio della materia attraverso tecnologie estremamente avanzate.
Ma voglio raccontarvi cosa significava per me lavorare in quell’ambiente.
Io non ero uno scienziato. Non ero un fisico, un ingegnere o un ricercatore.
Ero un Groundworker.
Mi occupavo, insieme ai miei colleghi, di lavori sulle strade, preparazione del terreno, posa di tubazioni e altre attività necessarie alle infrastrutture del complesso.
Entravo attraverso i controlli di accesso utilizzando la mia scheda magnetica e iniziavo la mia giornata lavorativa.
Lavoravo con gli attrezzi, con la terra, con il cemento e con tutto ciò che fa parte del mio mestiere.
Non lavoravo all’interno dei laboratori scientifici.
Ma osservavo.
Osservavo quel luogo, gli edifici, le persone, l’organizzazione e ciò che mi circondava.
Cercavo di comprendere dove mi trovassi e quali attività venissero svolte in quel grande centro di ricerca.
Ed è qui che voglio fermarmi un momento.
Perché, per me, non era un luogo qualunque.
Non mi sembrava di essere su un altro pianeta.
Non mi sembrava neppure di essere in un’altra galassia.
Mi sembrava di essere entrato in un altro universo.
Un universo fatto di scienza, ricerca, tecnologia, conoscenza e innovazione.
Io venivo dai cantieri, dal cemento, dalle costruzioni immobiliari. E continuavo a lavorare in quel settore.
Ma dentro di me avevo sempre avuto una passione enorme per lo studio, la creatività, la comunicazione e tutto ciò che riguarda il progresso.
E così, mentre lavoravo fisicamente alla costruzione e alla manutenzione delle infrastrutture, la mia mente continuava a viaggiare altrove.
Il mio computer durante le pause
Durante le giornate lavorative qualche volta andavo a mangiare al ristorante del complesso, dove osservavo gli scienziati. Altre volte mangiavo nella canteen.
E sapete cosa portavo sempre con me?
Il mio personal computer.
Sì, proprio così.
Anche durante le pause di lavoro, quando avevo qualche momento libero, aprivo il computer.
Continuavo a studiare, a fare ricerche, a osservare il mondo digitale, a cercare di capire come funzionassero le tecnologie, i domini, le identità digitali e le strategie dei grandi protagonisti del web.
Non ero lì a svolgere ricerche scientifiche per il Rutherford Appleton Laboratory.
Ero un operaio che, durante le pause dal proprio lavoro, continuava a coltivare autonomamente la sua passione per la ricerca.
E quella differenza per me è fondamentale.
Non voglio attribuirmi titoli che non possiedo, incarichi che non ho ricoperto o risultati scientifici ai quali non ho contribuito.
Voglio raccontare esattamente ciò che ero e ciò che facevo.
Un lavoratore italiano che aveva deciso di ricominciare da zero in Inghilterra e che si ritrovava quotidianamente in uno degli ambienti più interessanti che avesse mai conosciuto.
Un’esperienza che valeva molto più del mio stipendio
Naturalmente venivo pagato per il lavoro che svolgevo.
Facevo il mio mestiere, rispettavo i miei impegni e cercavo di lavorare sempre al meglio.
Ma quella esperienza, per me, aveva anche un valore che non poteva essere misurato soltanto in denaro.
Mi trovavo in un ambiente nel quale la ricerca scientifica e l’innovazione rappresentavano una parte fondamentale dell’attività quotidiana.
E io potevo osservare quella realtà da vicino, pur occupandomi di un lavoro completamente diverso.
Non ero entrato in quel mondo attraverso un’università o un laboratorio di ricerca. Ci ero entrato attraverso il lavoro, con gli scarponi da cantiere.
E forse proprio per questo l’esperienza ha avuto per me un significato così particolare.
Non ho mai pensato che il lavoro manuale fosse meno dignitoso di quello intellettuale.
Sono due forme diverse di capacità, conoscenza e responsabilità.
E credo che una società abbia bisogno di entrambe.
Un ricercatore può sviluppare una nuova tecnologia. Un operaio può contribuire a realizzare le infrastrutture nelle quali quella tecnologia viene studiata o utilizzata.
Sono competenze differenti, ma il rispetto per il lavoro dovrebbe essere lo stesso.
Io non ho contribuito alle scoperte scientifiche di quei laboratori. Ho svolto il mio lavoro sulle infrastrutture del complesso, e quell’ambiente ha contribuito ad alimentare la mia curiosità.
È una differenza che voglio raccontare con orgoglio, non nascondere.
Perché quell’anno e mezzo mi ha lasciato qualcosa che porto ancora dentro.
La consapevolezza che non importa soltanto quale lavoro svolgiamo. Importa anche quanto siamo disposti a osservare, imparare e crescere attraverso le esperienze che viviamo.
E, credetemi, al Rutherford Appleton Laboratory non mi sentivo in un’altra galassia.
Mi sentivo davvero in un altro universo.
Dall’Inghilterra alla scoperta del mondo digitale
Eh sì, ma oltre a ritrovare me stesso, in questa nazione ho ritrovato anche ciò che ho sempre amato di più.
La creatività, la comunicazione e il marketing digitale.
E soprattutto la possibilità di studiare e comprendere le strategie utilizzate dai grandi protagonisti del Web Marketing internazionale.
Insomma, tra giornate di dieci ore nei cantieri e ritorni a casa, spesso in solitudine, davanti al mio personal computer, ho iniziato ad approfondire autonomamente le tecniche e le strategie dei grandi colossi del web.
Ho studiato di notte, durante i fine settimana e in tutti i momenti liberi che riuscivo a trovare.
E vi assicuro che non erano tanti.
Anche qui in Inghilterra ho lavorato spesso il sabato e la domenica, soprattutto nei progetti edili ai quali ho partecipato.
Ma quando qualcosa mi appassiona davvero, difficilmente riesco a fermarmi.
Tutto nacque da un errore
La cosa curiosa è che questo percorso nacque da un errore che avevo commesso diversi anni prima di trasferirmi in Inghilterra.
Avevo perso un’identità digitale per me importantissima.
Quell’identità era stata successivamente acquistata da una società con sede a Denver, in Colorado, negli Stati Uniti.
Per me fu un problema enorme.
Un problema tecnico e strategico che potrei spiegare nei dettagli soltanto a persone che conoscono approfonditamente il settore dei domini, delle identità digitali e del Web Marketing.
Ma proprio quell’errore accese qualcosa.
Volevo capire.
Volevo comprendere come funzionasse quel mondo, quali fossero le sue regole, quali opportunità offrisse e perché determinate identità digitali potessero assumere un valore tanto importante.
E così cominciai a studiare.
Perseveranza, ricerca, sacrifici, passione. E tantissimi errori.
Aggiungerei anche qualche frigorifero dimenticato aperto e diverse pentole lasciate troppo a lungo sui fornelli.
Sì, avete capito bene.
Ho carbonizzato più di qualche pasto mentre ero completamente assorbito dalle mie ricerche!
Non è certamente un metodo di studio che consiglio, soprattutto per la sicurezza della cucina.
Ma rende abbastanza bene l’idea di quanto fossi concentrato su quello che stavo cercando di comprendere.
Anno dopo anno, attraverso ricerche, prove pratiche, errori e nuovi tentativi, ho sviluppato conoscenze e competenze in diversi ambiti del mondo digitale.
Non sono laureato in queste materie
E qui voglio essere nuovamente molto chiaro.
Non sono laureato in queste discipline.
Non ho frequentato corsi universitari o percorsi ufficiali di specializzazione nel Web Marketing e nelle identità digitali.
Ho cercato di imparare autonomamente, studiando, osservando, sperimentando e soprattutto mettendo in pratica quello che riuscivo a comprendere.
Ho sbagliato tante volte.
Ma considero anche quegli errori parte fondamentale della mia formazione.
Non voglio presentarmi come il migliore.
Anzi, sono convinto che molte delle persone che leggeranno queste pagine abbiano competenze, esperienze e conoscenze decisamente superiori alle mie in diversi settori.
E questo non mi crea alcun problema.
Da chi ne sa più di me voglio imparare, non difendermi.
Allo stesso tempo, non considero corretto definirmi un ignorante in queste materie soltanto perché non possiedo un titolo universitario specifico.
Ho dedicato anni della mia vita a studiarle, comprenderle e sperimentarle.
E continuo a farlo.
Il Paese in cui è nato il World Wide Web
C’è poi un aspetto che mi affascina particolarmente.
Vivo nel Regno Unito, il Paese di Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web.
Un uomo che, con il suo lavoro, ha contribuito a trasformare radicalmente il modo in cui il mondo comunica, condivide informazioni e accede alla conoscenza.
Il World Wide Web è nato proprio da quella straordinaria visione.
E pensare di vivere e lavorare nel Paese da cui proviene il suo inventore rende ancora più interessante, per me, approfondire il mondo delle identità digitali, delle tecnologie web e dell’innovazione.
È soprattutto questo universo che mi ha affascinato e che continua a stimolare la mia curiosità.
Sei anni che potrebbero diventare sei libri
Con queste parole vorrei concludere il racconto dei miei primi sei anni di vita in Inghilterra.
Naturalmente vi ho raccontato soltanto una piccola parte di quello che ho vissuto.
Potrei scrivere sei libri, lunghi quanto la Bibbia, uno per ogni anno trascorso qui!
E, a dire il vero, un libro lo sto già scrivendo.
Ma questa è un’altra storia.
Ora, se non siete ancora stanchi di leggere, possiamo passare alla presentazione dei settori che ho studiato, delle competenze che ho acquisito, delle idee che sto sviluppando e dei miei progetti presenti e futuri.
Perché, nonostante tutto, continuo a credere profondamente nelle opportunità offerte dal mondo digitale.
La mia filosofia
Credo nei business online.
Credo nella possibilità di creare, innovare e costruire progetti attraverso Internet.
E quando penso a persone come Mark Zuckerberg, Jeff Bezos ed Elon Musk, non penso soltanto alla loro ricchezza economica.
Penso al fatto che abbiano trasformato idee, intuizioni e progetti in realtà di dimensioni straordinarie.
Naturalmente non tutti possiamo ottenere gli stessi risultati, né esistono garanzie di successo.
Ma credo che ognuno di noi possa provare a realizzare qualcosa di importante, secondo le proprie capacità, le proprie possibilità e le proprie ambizioni.
Poi vinceremo o perderemo?
Questo non possiamo saperlo in anticipo.
Possiamo però scegliere di provarci.
Fare. Cooperare. Costruire. Provare. Sudare. Credere.
Cadere cento volte e rialzarsi trecento volte.
Questa è la mia filosofia.
Non prometto ricchezza, successo o risultati straordinari.
Credo nel lavoro, nelle idee, nella collaborazione, nella ricerca e nella possibilità di continuare a migliorare.
E credo soprattutto che non si debba mai smettere di imparare.
Buon proseguimento.
Carmelo Rizzo
Prosegui il viaggio
Dalla mia storia personale alle idee, alla ricerca e ai progetti.
RICERCA E INNOVAZIONE